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Non esiste un “io” senza un “tu”

Come lo sviluppo del Sé infantile ci aiuta a comprendere il senso del dono.

La costruzione del Sé e dell’identità è una traiettoria complessa che si dipana nel corso dell’intero sviluppo infantile. Si tratta di un processo dinamico in cui gli aspetti biologici-maturazionali, le interazioni affettive precoci e le influenze sociali si intrecciano per creare la trama soggettiva che porta ciascun bambino a percepirsi come persona, con proprie caratteristiche fisiche, comportamentali e mentali. In questo divenire l’emergere e la costruzione del Sé si nutre della presenza dell’Altro. E’ difficile immaginare qualcosa di più relazionale della formazione dell’essere persona poiché il “chi sono?” è in primo luogo frutto dell’incontro con l’Altro, siano essi: genitori, educatori, compagni. Un percorso che prende l’avvio già nelle prime fasi della vita post-natale (se non prima) e che attraverso una serie di acquisizioni successive permette al bambino di organizzare l’esperienza dell’essere persona con una sua unicità. Affinché questo avvenga in modo ottimale devono tuttavia essere presenti alcune condizioni, tra le quali la possibilità del bambino piccolo di poter “dialogare” con l’Altro. Il “dialogo” con l’Altro include l’idea dell’incontro quotidiano con le figure di accudimento che si nutre di contatto, di riconoscimento, di accoglienza, della percezione di essere, agli occhi dell’Altro, importante per ciò si è; in breve, nella progressiva e profonda sensazione che il bambino matura di essere oggetto dell’amore degli adulti che si prendono cura di lui. L’analisi dello sviluppo del Sé infantile può offrire elementi di riflessione sulle relazioni sociali nelle nostre società. Negli ultimi anni si è assistito ad un crescente dibattito sui temi dell’impoverimento dei rapporti interpersonali, del diffuso senso di solitudine e della tendenza all’individualismo. Le evidenze che la formazione del Sé sono radicate nel “dialogo” con l’Altro sembrano indicare una strada precisa, ovvero la natura intrinsecamente sociale dell’essere umano. Con un iperbole si potrebbe sostenere che un “io” è tale perché esiste un incontro incessante con un “tu” e con un “noi”. In questa dinamica uno degli aspetti più radicali dell’esperienza del Sé è il donare che in qualche modo rappresenta l’apice dell’incontro con il “tu” poiché costituisce la tangibilità di un impegno solidale nei confronti dell'Altro. Le prossime pagine propongono una riflessione che a partire dallo sviluppo del soggettività infantile incrocia l’idea che il donare sia l’espressione più sofisticata e matura del Sé.

Il Sé che nasce dal corpo
C’è qualcosa di sorprendente nell’incontro tra una madre e il suo neonato
. Stretti nel contatto fisico, decine di sensazioni veicolate da sguardi, odori, suoni, calore, movimenti, carezze circolano da un corpo all’altro. Mamma e bambino si ritrovano in un caleidoscopio di percezioni che trasmette la loro mutua presenza e che costituisce la base su cui si intreccerà la loro relazione. L’aspetto sorprendente sta nel fatto che in queste esperienze di reciprocità, il bambino non è un ricettacolo passivo di sensazioni, ma fin dai primi momenti della sua vita post-natale è un protagonista attivo. Non solo ha a disposizione comportamenti per segnalare i suoi bisogni e per rispondere alle cure della madre, ma si propone verso l’adulto come se si rivolgesse ad un compagno con cui intrattenersi piacevolmente. Ad esempio, durante l’allattamento, tra una suzione e un’altra, non è difficile osservare il bambino rivolgere sguardi alla madre, come per inviatala a dialogare insieme; in altre circostanze, può rimanere ad ascoltare la voce dell’adulto in attesa, per poi sollecitare l’Altro con un gorgheggio quasi per spingerlo ad andare avanti. Questi e altri segnali indicano che i cuccioli dell’uomo sono predisposti all’incontro con l’Altro, non solo per scopi contingenti legati alla crescita e al benessere fisico come la regolazione e il soddisfacimento dei bisogni primari. Piuttosto, a partire dai primi mesi manifestano dei “saperi” che permettono loro di interagire con l’Altro, sospinti da una sorta di curiosità per l’umano. Segnali della natura sociale del bambino sembrano già in essere ancora prima della nascita. Gli studi sul comportamento dei gemelli eseguiti tramite l’osservazione ecografica in gravidanza, documentano che i feti cercano il contatto reciproco quasi a voler “conoscere” meglio chi è il loro compagno di viaggio. Questo tipo osservazioni non forniscono solo alcune indicazioni sulle precoci capacità relazionali dei bambini, ma suggeriscono anche che fin dai primi mesi di vita i bambini hanno una qualche esperienza di loro stessi come un’entità distinta e in qualche misura separata dall’Altro. In effetti, la possibilità di interagire in modo attivo con un altro individuo può avvenire nella misura in cui si possiede la percezione dei confini del proprio corpo e di un senso di Sé, per quanto questo sia minimale e rudimentale. Oggi diverse ricerche documentano che sin dai primi giorni di vita, i bambini hanno delle competenze specifiche con le quali elaborano le informazioni relative al corpo e che consento loro di distinguere il proprio Sé dal resto del mondo. Se non fosse così il bambino sperimenterebbe una sorta di confusione con l’Altro. In realtà, è proprio nella capacità di percepire una certa separatezza nella relazione che affondano le radici dell’essere persona. Il contatto fisico e le relazioni affettive precoci sono quindi essenziali per nutrire lo sviluppo del Sé corporeo e nel corso degli anni dell’identità del bambino.  

Il Sé come agente e come legame
Mentre inizialmente il senso di Sé stesso passa attraverso la percezione del corpo, con il procedere dello sviluppo il bambino utilizzerà altri canali per definire la propria individualità. Certamente la graduale acquisizione delle competenze cognitive e del linguaggio sono un potente mezzo per la comprensione della distinzione tra Sé e gli altri. Un classico esempio in questo senso è l’insistenza con cui intorno a 15 mesi il bambino esprime “io”, dice “no”, o ripete il suo nome. Ma non solo. Nei primi tre anni le progressive capacità motorie e l’apprendimento di nuove abilità fisiche forniscono al bambino il “senso di poter fare”. Nella frequente richiesta dei bambino di essere guardato dall’adulto mentre fa qualcosa, non c’è solo un bisogno di riconoscimento, ma anche la crescente comprensione di se stesso come una persona che può fare delle cose. E’ come se il bambino dicesse all’adulto: “quando mi guardi per le mie azioni, so che esisto, so di esserci”. Ma c’è di più. A partire dalla fine del secondo anno di vita i bambini iniziano gradualmente a comprendere l’esistenza di un confine tra “dentro” e “fuori”. Infatti non solo hanno una maggiore consapevolezza di loro stessi, ad esempio riconoscono la propria immagine riflessa nello specchio, ma scoprono che le persone hanno una vita interiore. Le persone non sono solo quello che è visibile dall’esterno (comportamenti, azioni, modi di fare), ma possiedono uno spazio mentale fatto di pensieri, emozioni, sensazioni e i bambini imparano a tenerne conto. Se è vero che in questo periodo si descrivono ancora attraverso attributi esterni come le parti del proprio corpo, è altrettanto vero che fanno sempre più riferimento a processi mentali, propri e altrui. L’utilizzo di parole come “volere” (“vuoi questo?”), il richiamo agli stati d’animo (“sei triste?”) sono i modi con cui il bambino ci mostra di sapere che esiste un mondo interiore fatto di desideri, intenzioni, pensieri, emozioni che pur non essendo tangibili “guidano” il comportamento dell’Altro.

La scoperta della mente da parte del bambino è testimoniata, tra le altre cose, dalla sua tendenza a sviluppare legami di possesso non solo con le persone, ma anche con gli oggetti e i luoghi. A volte si può rimanere spiazzati di fronte all’insistenza con cui un bambino pretende che qualcosa sia suo. Come sanno bene molti genitori queste “pretese” non tardano a manifestarsi. Il classico “mio” compare già verso la metà del secondo anno di vita e l’intensità con cui i bambini esprimono questa idea di possesso può essere disarmante e mettere in difficoltà l’adulto. Qui tuttavia tralascerò gli aspetti educativi, per focalizzarmi su alcuni dei possibili significati evolutivi di questo atteggiamento. Spesso si ritiene che questa idea di possesso rappresenti una fase in cui il piccolo non ha ancora chiara la distinzione tra Sé e il mondo. Il bambino sarebbe talmente centrato sull’appagamento dei propri desideri da non poter considerare la prospettiva dell’Altro. Ma questa non è l’unica spiegazione. Infatti sebbene i bambini di questa età possono non riuscire a considerare pienamente le esigenze dell’Altro, l’idea del possesso indica la capacità del bambino di comprendere che esiste un legame tra le persone e le cose, tra le persone e i luoghi, tra le persone e altre persone. Per avere l'idea che qualcosa appartiene a qualcuno, il bambino deve prima capire che questo qualcuno ha dei propri desideri e delle intenzioni che generano un interesse e un legame verso le cose, i luoghi, le persone. Questi desideri/intenzioni possono essere diversi per ciascuno e ogni persona può avere suoi oggetti, può volerne degli altri, può offrirli o cercare di prenderli. E’ chiaro che in situazioni di gruppo (il nido, ma anche la famiglia) il senso del legame con le persone, i luoghi e le cose può generare situazioni di conflitto. Se alcune persone (ad es. le educatrici), luoghi (ad es. lo scivolo) e cose (ad es. giochi) "appartengono" a tutti, allora può essere difficile per un bambino accettare di condividerle. Ma quello che qui mi preme sottolineare è che nell’idea di possesso si trova il tentativo del bambino di dare senso al rapporto tra Sé e il mondo esterno, grazie al sensi di legame che si sviluppa con certe persone, certi luoghi e certe cose. Ovviamente è compito dell’adulto aiutare al bambino a comprendere che questi legami non sono danneggiati e/o interrotti se si impara a condividerli con gli altri. Ancora una volta è tramite la relazione interpersonale che il bambino può maturare un aspetto fondamentale del Sé, ovvero che il confronto con l’Altro comporta la capacità di tollerare le frustrazioni, di misurarsi con le rinunce, di accettare che non è possibile avere tutto quello che si desidera, in una parola che non si è onnipotenti.

Il Sé come frutto del rispecchiamento e dell’identificazione
Un altro dei modi attraverso cui il bambino apprende su Sé stesso passa tramite ciò che gli altri, con e senza le parole, “dicono” di lui
. Quando gli adulti si rivolgono ai propri figli, ad esempio con degli attributi e/o dei commenti (positivi, negativi o neutri che siano), danno elementi all’esperienza del Sé del bambino, ossia non forniscono solo un rimando sul comportamento (ad es. poter fare o non fare qualcosa), ma propongono al bambino un immagine di Sé, ossia trasmettono qualcosa su “chi è”. Nelle migliaia di interazioni quotidiane i genitori evidenziano certe caratteristiche (ad es. “come sei bravo”), definiscono alcuni atteggiamenti (ad es: “non stai mai fermo un attimo”), segnalano delle difficoltà (ad es. “non ti piace dormire”). Come attraverso uno specchio le parole del genitore offrono al bambino l’occasione per “vedere” Sé stesso tramite l’Altro. Non è sempre detto che il genitore riesca a rispecchiare in modo fedele ciò che il bambino vive, ma questi rimandi forniscono significati all’esperienza di essere riconosciuto con una propria soggettività. Il rispecchiamento è qualcosa che parte dall’Altro, ma anche il bambino si attiva per ricercare nell’Altro elementi che contribuiscono alla formazione del Sé. Il genitore rappresenta un modello e molto della strutturazione del senso di Sé deriva dall’osservazione e dall’imitazione dell’adulto. Ad un livello più profondo il desiderio di essere come papà o come mamma (e più avanti negli anni come qualche altro modello di riferimento) costituirà un passaggio essenziale nella costruzione della propria persona e del “chi sono” che si realizza tramite due meccanismi psichici: l’identificazione e l’introiezione. Questi consentono al bambino di riconoscere in modo inconsapevole aspetti o tratti del genitore che desidera fare propri e che "incorpora" nel suo Sé (ad es. l’essere forte come papà). In breve, nel corso dei primi cinque anni il Sé del bambino si formerà grazie all’integrazione tra processi sensoriali, motori, cognitivo-linguistici, imitativi e simbolici-rappresentazionali; tutti processi che sono “immersi”, sostenuti, sperimentatati in primo luogo all’interno delle proprie relazioni affettive. 

Il Sé come parte di una comunità
Tra gli aspetti più significativi dello sviluppo del Sé vi è la progressiva esperienza di riconoscersi come essere umano tra gli esseri umani, come distinto dagli altri all’interno di un gruppo di persone (la famiglia, la scuola, i compagni). Crescendo si struttura nel bambino un “sentimento di essere con”, ovvero di essere parte di una comunità. Questo senso di appartenenza non comporta solo che si è connessi con gli altri, ma anche la percezione che si è importanti gli uni per gli altri. Non c’è dubbio che essere parte di un gruppo significa anche sperimentare il proprio Sé in situazioni di contrasto, di conflitto, di competizione, ma allo stesso tempo significa anche percepire condivisone, partecipare a qualcosa di comune sperimentando il piacere del vivere insieme e quando si è nel bisogno sentire il conforto degli altri. Ma sentirsi parte di un gruppo vuole dire anche poter maturare un atteggiamento prosociale, ossia il mettere in atto comportamenti indirizzati ad aiutare l’Altro senza che ci sia un vantaggio o un qualche forma di ritorno pratico per se stessi. Comportamenti di altruismo, di solidarietà sono osservabili già intorno ai due anni di età e sono possibili perché il bambino è in grado di riconoscere gli stati d’animo dell’interlocutore, differenziando Sé stesso dall’Altro e quindi distinguendo le emozioni altrui da quelle che sperimenta in prima persona. Se supportati dall’adulto i bambini imparano presto ad essere empatici e a mettere in atto comportamenti di conforto e di aiuto, atteggiamenti che a loro volta consentono al bambino di percepirsi competente e utile nel contesto delle relazioni con gli altri. Coltivare l’attenzione verso all’Altro nei bambini diventa anche la strategia educativa più efficace per prevenire e ridurre le situazioni di conflitto e di aggressività, contrastando la tendenza all’egoismo, al bullismo e alle condotte antisociali. In altre parole, un ambiente affettivo in cui, fin dai primi anni di vita, viene valorizzato il rispetto e la vicinanza all’Altro, promuove nei bambini un Sé che si caratterizzerà per un crescente senso di “responsabilità sociale”.

Lo svillupo del Sé infantile come matrice del senso del donare
Da più parti si è denunciato che negli ultimi decenni nelle moderne società occidentali si sia andata affermando una cultura dell’individualismo, una visione antropologica dell’uomo in cui prevale l’idea che l’individuo è la misura di ogni cosa. C’è chi afferma che l’individualismo non debba essere necessariamente considerato un fenomeno negativo che influenzi in modo sfavorevole la qualità della nostra vita relazionale. In questa prospettiva si sottolinea l’importanza dell’individuo come essere autonomo capace di essere parte attiva della società proprio grazie al suo essere libero e indipendente. Non sono né un sociologo, né un antropologo per cui non mi addentro sulla validità di queste posizioni. Tuttavia, la lezione che ci viene dagli studi sullo sviluppo del Sé infantile indica chiaramente che nasciamo non solo per connetterci gli uni agli altri, ma che la nostra soggettività si nutre fin dalle prime fasi della vita dell’incontro e del “dialogo con l’Altro”. Nessun bambino potrebbe costruire un senso di Sé stesso in una dimensione solipsistica. Non esisterebbe un consapevolezza di Sé senza la presenza dell’Altro, poiché la soggettività umana ha fondamentalmente una matrice interpersonale. Questa relazionalità affonda le sue radici lontane nella nostra storia di bambini, quando è stato importante non solo di essere stati accuditi, ma soprattutto esserci sentirci accolti, compresi, amati. Ma come abbiamo visto la formazione del Sé che prende l’avvio dall’esperienza corporea fino ad un Sé capace di proporsi in modo prosociale è immersa nell’incontro con l’Altro. Non solo, ma quasi paradossalmente, il senso dell’essere autonomi nasce dell’avere percepito la presenza e il supporto amorevole di chi si è preso cura di noi. In questa prospettiva autonomia non significa individualismo e autosufficienza, anzi. E’ proprio la crescente consapevolezza dell’essere in “dialogo con l’Altro” che permette al bambino di rafforzare il “chi sono” mentre sperimenta interdipendenza, ossia mentre riconosce quello che l’Altro gli dona e quella che egli dona all’Altro. Per certi versi il donare è il segno più peculiare della nostra natura umana e richiama a quello che i genitori fanno con i loro figli: donano per il bene stesso del bambino. Se estendiamo questa riflessione alle relazioni tra adulti, forse dovremmo riconsiderare la nostra capacità di rimettere il donare (e non il regalare) al centro delle relazioni umane. Il donare e l’essere solidali rappresentano l’incontro con l’Altro scevro da una logica utilitaria in cui non si è interessati alla ricerca del vantaggio o di una qualche forma di profitto. Questo non significa che non ci sia un beneficio per Sé stessi, come potrebbe essere il percepirsi come efficaci, capaci e presenti all’Altro. Quindi contrariamente a quello che si potrebbe pensare, ciascuno di noi non si nutre solo di quello che riceve dall’Altro e che alimenta il nostro Sé in modo auto-centrato. In una prospettiva del “dialogo con l’Altro” siamo anche quello che nell'incontro, doniamo. Ma il donare comporta qualcosa di irrisolvibile, ovvero non ci è dato sapere fino in fondo cosa effettivamente di noi arriva all'Altro. Mentre di quello che riceviamo prima o poi potremmo scoprirne gli effetti dentro di noi, il nostro dare è incommensurabile: non abbiamo alcuna certezza di quello che può generare nell'Altro ciò che diamo (o pensiamo di dare). Questo rende il nostro donare ancora più ricco perché apre a mille strade nell'incontro, più di quanto non accada nel ricevere. Forse come adulti, ci sarebbe da augurarsi di essere ciò che siamo soprattutto per ciò doniamo, accettando che quello che doniamo, proprio perché non è "quantificabile", ci porta ad interrogarci non tanto sull'Altro, ma piuttosto sul nostro modo di incontrare l'Altro.

Rosario Montirosso
Responsabile del Centro 0-3 per il bambino a rischio evolutivo IRCCS Eugenio Medea

Centro 0-3

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